Adescamento - Блейк Пирс 2 стр.


Riley spalancò gli occhi, scossa da un violento tremore.

Erano trascorsi soltanto un paio di mesi da quando era riuscita a sfuggire alla morte, per mano del noto “Killer Pagliaccio”, come era stato soprannominato, ed era ancora vittima di dolorosi flashback sulla sua disavventura.

Mentre provava a scuotersi di dosso quel ricordo, sentì qualcuno chiamare dal fondo delle scale che conducevano al corridoio del pianterreno, dell’edificio.

Ryan! E’ a casa!

Saltò giù dal divano e andò a controllare il forno, per assicurarsi che fosse impostato alla massima temperatura. Poi, spense le luci dell’appartamento, ed accese le candele che aveva disposto sul tavolo. Infine, si precipitò verso la porta, ed accolse Ryan al suo ingresso in casa.

Gli mise le braccia intorno al collo e lo baciò. Ma lui non ricambiò il bacio, e sentì il suo corpo afflosciarsi per lo sfinimento. Ryan dette un’occhiata all’interno dell’appartamento illuminato dalle candele e parlò d’impulso …

“Riley, che cosa diavolo sta succedendo?”

Riley si sentì morire ma rispose. “Sto preparando qualcosa di carino per cena.”

Ryan entrò, mise a terra la valigetta e crollò sul divano.

“Non è il caso” replicò. “E’ stata una giornata tremenda. E non ho molta fame.”

Riley sedette accanto a lui e gli massaggiò le spalle.

Poi spiegò: “Ma tutto è praticamente pronto. Non hai abbastanza fame per le costate di manzo?”

“Costate di manzo?” Ryan esclamò con sorpresa. “Possiamo permettercele?”

Soffocando un moto di irritazione, Riley non rispose. Era lei a gestire i pagamenti delle bollette, e sentiva di sapere piuttosto bene che cosa potessero permettersi oppure no.

Percependo con chiarezza lo sgomento di Riley, Ryan disse …

“Le costate vanno bene. Dammi qualche minuto per darmi una sciacquata.”

Ryan si alzò e si diresse in bagno. Riley si precipitò di nuovo in cucina, tolse le patate dal forno, scottò e grigliò le bistecche, così che fossero entrambe a media cottura.

Ryan sedette nel momento in cui lei metteva le pietanze in tavola. Lui, invece, versò del vino per entrambi.

“Grazie” Ryan disse, sorridendo debolmente. “Così va bene.”

Mentre tagliava la sua bistecca, aggiunse: “Temo di aver portato del lavoro a casa. Dovrò occuparmene dopo cena.”

Riley soffocò un sospiro di profonda delusione. Aveva sperato che la cena terminasse più romanticamente.

Lei e Ryan mangiarono in silenzio per qualche istante. Poi, Ryan cominciò a lamentarsi della sua giornata …

“Questo lavoro da praticante è praticamente pari al lavoro di uno schiavo. Dobbiamo svolgere tutte le mansioni più pesanti per i soci: facciamo ricerche, dobbiamo scrivere degli atti ed assicurarci che tutto sia pronto per il tribunale. E lavoriamo più ore dei soci finora. Sembra una sorta di umiliazione da fratellanza, tranne per il fatto che non smette mai.”

“Andrà meglio” Riley disse.

Poi, fece una risata forzata ed aggiunse …

“Un giorno, sarai socio anche tu. Ed avrai una squadra di praticanti, che andranno a casa e si lamenteranno di te.”

Ryan non rise, e Riley non poté certo biasimarlo. Sembrava una barzelletta mal riuscita, ora che l’aveva detta.

Ryan continuò a brontolare durante la cena, e Riley non sapeva se sentirsi più ferita o infuriata.

Non apprezzava lo sforzo che aveva fatto per rendere tutto il più perfetto possibile per quella serata?

E non comprendeva quali cambiamenti le loro vite stessero per affrontare?

Quando Ryan restò in silenzio per qualche istante, Riley disse …

“Sai, domani ci sarà un incontro all’edificio dell’FBI, per festeggiare la fine dell’internato. Potrai venire, non è vero?”

“Temo di no, Riley. Lavorerò per tutta la settimana.”

Riley quasi sussultò.

“Ma domani è domenica” replicò.

Ryan alzò le spalle, bofonchiando: “Sì, beh, è come ho detto…. lavoro da schiavi.”

Riley ribatté: “Ascolta, non ci vorrà tutto il giorno. Ci saranno un paio di discorsi, il vicedirettore e il supervisore del nostro addestramento vorranno dire qualche parola. E poi, ci sarà da mangiare e …”

Ryan la interruppe: “Riley, mi dispiace.”

“Ma partirò per Quantico domani, subito dopo. Porterò la mia valigia con me. Pensavo che mi accompagnassi alla stazione degli autobus.”

“Non posso” Ryan aggiunse un po’ bruscamente. “Dovrai arrivarci in qualche altro modo.”

Mangiarono in silenzio per qualche istante.

Riley faticava a comprendere che cosa stesse accadendo. Perché Ryan non poteva andare con lei l’indomani? Ci sarebbero volute soltanto un paio d’ore della sua giornata. Infine, un’intuizione si fece strada nella sua mente.

Osservò: “Disapprovi ancora la mia decisione di andare a Quantico.”

Ryan emise un lamento di fastidio.

“Riley, non ricominciamo” le rispose.

Riley sentì il viso arrossarsi per la rabbia.

Disse: “Beh, è ora o mai più, non è così?”

Ryan disse: “Hai preso la tua decisione. Pensavo che fosse una cosa chiarita.”

Ryan spalancò gli occhi.

“La mia decisione?” rispose. “Pensavo che fosse una nostra decisione.”

Ryan sospirò. “Non voglio discuterne” disse. “Finiamo solo di mangiare, Ok?”

Riley se ne restò seduta a fissarlo, mentre lui continuava il suo pasto.

Si ritrovò a chiedersi …

Ryan ha ragione?

Ho spinto entrambi in tutto questo?

Ripensò dunque alle loro conversazioni, provando a ricordare ed a rimettere insieme i pezzi. Ricordò quanto Ryan fosse stato orgoglioso di lei, quando aveva fermato il Killer Pagliaccio …

“Hai salvato almeno la vita di una donna. Risolvendo il caso, potresti aver salvato anche altre vite. E’ folle, penso che forse tu sia folle. Ma sei anche un’eroina.”

Allora, aveva pensato che fosse ciò che lui volesse, che lei seguisse una carriera nell’FBI, per continuare a fare l’eroina.

Ma, riflettendoci, Riley non riusciva a ricordare che lui avesse detto quelle parole precise. Ryan non le aveva mai detto …

“Voglio che tu vada all’accademia. Voglio che tu segua il tuo sogno.”

Riley fece dei respiri lunghi e profondi.

Dobbiamo discuterne con calma, pensò.

Infine, tentò …

“Ryan, che cosa vuoi? Intendo per noi due.”

Ryan inclinò il capo e la guardò.

“Vuoi davvero saperlo?” le chiese.

La gola di Riley si strinse improvvisamente.

“Voglio saperlo” rispose. “Dimmi che cosa vuoi.”

Uno sguardo addolorato attraversò il volto di Ryan. Riley ebbe paura di quello che il fidanzato avrebbe detto.

Furono solo poche, laconiche parole: “Voglio soltanto una famiglia.”

Poi, alzò le spalle e mangiò un altro boccone di bistecca.

Provando un barlume di sollievo, Riley disse: “La voglio anch’io.”

“Davvero?” Ryan chiese.

“Ma certo. Sai che è così.”

Ryan scosse il capo e disse: “Non sono sicuro che tu sappia cosa vuoi davvero.”

Per Riley fu come ricevere un pugno nello stomaco. Per un momento, semplicemente non seppe che cosa dire.

Poi, riprese: “Non pensi che io possa avere una carriera ed una famiglia?”

“Certo” fu la risposta del fidanzato. “Le donne lo fanno di questi tempi. Si chiama ‘avere tutto’, ho sentito dire. E’ dura ed occorrono organizzazione e sacrificio, ma si può fare. E mi piacerebbe tanto poterti aiutare a farlo. Ma …”

La sua voce s’interruppe.

“Ma che cosa?” Riley chiese.

L’uomo respirò profondamente, poi proseguì: “Forse sarebbe diverso se volessi diventare avvocato, proprio come me. O un medico o uno strizzacervelli. Oppure entrare nel campo immobiliare. O iniziare una tua attività. O diventare insegnante di college. Potrei gestirmi con qualunque di queste professioni. Potrei farlo. Ma il fatto che tu voglia andare all’Accademia, insomma, resterai a Quantico per 18 settimane! Quanto riusciremo a vederci per tutto quel tempo? Credi che una relazione possa sopravvivere restando tanto a lungo separati? E inoltre …”

Fissò Riley per un momento.

Poi, aggiunse: “Riley, sei quasi stata uccisa due volte da quando ti conosco.”

Riley deglutì forte.

Il fidanzato aveva ragione, naturalmente. L’ultima volta che era stata sfiorata dalla morte era stato a causa del Killer Pagliaccio. Ma, prima di allora, durante il loro ultimo semestre al college, era quasi stata uccisa da un professore di psicologia sociopatico, ancora in attesa di condanna per aver ucciso altre due studentesse. Riley conosceva entrambe le vittime. Una era stata la sua coinquilina e migliore amica.

L’aiuto dato da Riley a risolvere quell’orribile caso di omicidio era stata la ragione per cui era entrata nel programma d’internato estivo, ed era uno dei motivi principali per cui stava pensando di diventare agente dell’FBI.

Con voce rotta, Riley chiese: “Vuoi che lasci perdere? Vuoi che non vada a Quantico domani?”

Ryan replicò: “Non importa ciò che voglio.”

Ora Riley faticava a trattenere le lacrime.

“Invece sì, Ryan” lei disse. “Importa molto.”

Ryan e Riley si fissarono per quello che sembrò un lungo istante.

Poi, lui aggiunse: “Immagino di sì. Voglio che tu smetta, voglio dire. So che l’hai trovato emozionante. E’ stata una grande avventura per te. Ma è ora che noi due ci sistemiamo entrambi. E’ ora che proseguiamo con le nostre vere vite.”

Improvvisamente, a Riley parve di essere precipitata in un incubo, da cui non riusciva a svegliarsi.

Le nostre vere vite! pensò.

Che cosa significava quell’espressione?

E perché lei non ne conosceva il significato?

Ma c’era una cosa soltanto che sapeva per certa …

Non vuole che vada a Quantico.

Poi, Ryan disse: “Ascolta, puoi fare ogni genere di lavoro qui a Washington D.C. E hai molto tempo per pensare che cosa intendi fare nel lungo termine. Dopo tutto, non importa se guadagni molto. Non ci stiamo arricchendo con il mio lavoro allo studio legale, ma ce la stiamo cavando, e, alla fine, per me andrà molto bene.”

Ryan riprese a mangiare; sembrava stranamente sollevato, come se avessero appena risolto ogni cosa.

Ma era proprio così? Riley aveva trascorso tutta l’estate a sognare l’Accademia dell’FBI. Non riusciva ad immaginare di arrendersi e rinunciare proprio ora.

No, pensò. Non posso proprio farlo.

Avvertì la rabbia montare dentro di sé.

Con voce tesa, replicò: “Mi spiace che tu ti senta in quel modo. Ma non cambio idea. Domani andrò a Quantico.”

Ryan la guardò, come se non riuscisse a credere alle proprie orecchie.

Riley si alzò da tavola e disse: “Goditi il resto della cena. C’è una cheesecake in frigo. Sono stanca. Vado a farmi una doccia e poi a letto.”

Prima che Ryan potesse rispondere, Riley si precipitò in bagno. Pianse per qualche minuto, poi fece una lunga doccia calda. Infilò le pantofole, indossò l’accappatoio, ed uscì dal bagno. Vide Ryan seduto in cucina: aveva sparecchiato la tavola e stava lavorando al computer; non sollevò lo sguardo.

Riley andò in camera, si infilò a letto, e ricominciò a piangere.

Mentre si asciugava le lacrime e si soffiava il naso, si chiese …

Perché sono così arrabbiata?

Ryan si sbaglia?

E’ lui il colpevole di questo?

I suoi pensieri erano un tale caos, che non riusciva a riflettere lucidamente. E un terribile ricordo cominciò a farsi strada nella sua mente: quando si era svegliata nel suo letto in preda ad un dolore acuto e aveva visto che era impregnata di sangue …

Il mio aborto.

Si trovò a chiedersi se quella fosse una delle ragioni per cui Ryan non voleva che entrasse a far parte dell’FBI. Nei giorni in cui si era verificato, era stata sottoposta a grande stress per il caso del Killer Pagliaccio. Ma la dottoressa dell’ospedale le aveva assicurato che quello non aveva nulla a che fare con l’aborto.

Invece, aveva detto che era stato causato da “anomalie cromosomiche.”

Ripensandoci, quella parola la disturbava …

Anomalie.

Si chiese se lei fosse in qualche modo, anormale, nel profondo, dove davvero contava?

Era incapace di avere una relazione duratura, figurarsi una famiglia?

Mentre scivolava nel sonno, ripensò all’unica cosa di cui aveva consapevolezza …

Andrò a Quantico domani.

Dormiva prima ancora di poter pensare a ciò che sarebbe potuto accadere in seguito.

CAPITOLO DUE

L’uomo gioì avvertendo il debole lamento della donna. Sapeva che doveva essere in procinto di riprendere conoscenza.

Poi, la vide aprire leggermente gli occhi.

Giaceva su un fianco su un rozzo tavolo di legno, in una stanza, caratterizzata da un lercio pavimento, pareti in mattoni di cemento, e un basso soffitto in legno. Era legata in una posizione raggomitolata, con del nastro adesivo. Le gambe erano piegate e legate strette al petto, e le mani erano avvolte intorno agli stinchi. La testa era inclinata lateralmente sopra le ginocchia.

Quella vista gli ricordava l’immagine di feti umani, e anche di embrioni che talvolta aveva trovato, aprendo un uovo fresco, con un pulcino all’interno. La donna sembrava debole ed innocente, tanto che, in qualche modo, guardarla, era quasi commovente.

Soprattutto, certo, gli ricordava un’altra donna: si chiamava Alice, almeno così credeva. Una volta, aveva pensato che Alice sarebbe stata l’unica che avrebbe trattato in questo modo, ma poi gli era piaciuto … e c’erano così pochi piaceri nella sua vita … come poteva smettere?

“Fa male” la donna mormorò, come se venisse fuori da un sogno. “Perché fa male?”

Lui sapeva che il dolore era dovuto al fatto che la donna giaceva su uno spesso letto costituito da filo spinato attorcigliato. Del sangue stava già scorrendo sul tavolo, e si sarebbe aggiunto alle macchie del vecchio legno. Non che importasse. Il tavolo era più vecchio di lui, che, peraltro, era la sola persona che l’avrebbe mai visto in ogni caso.

Anche lui era ferito e sanguinava un po’. Si era tagliato, mentre metteva la donna nel pick-up con il filo spinato. Era stato più difficile farlo di quanto si aspettasse, perché la donna si era ribellata più di quanto avesse fatto la vittima precedente.

Si era agitata e divincolata, mentre il cloroformio artigianale stava iniziando a fare effetto, Ma il suo divincolarsi si era indebolito, e lui era riuscito finalmente a sottometterla.

Ciò nonostante, non si era molto preoccupato di ferirsi con il filo spinato. Sapeva, per esperienza, che quei tagli guarivano piuttosto in fretta, anche se lasciavano cicatrici terribili.

Si chinò e guardò attentamente il volto della donna.

Aveva gli occhi spalancati al limite dell’impossibile, ormai. Le iridi si contrassero, mentre lo guardava.

Sta ancora provando ad evitare il mio sguardo, l’uomo intuì.

Tutti agivano così con lui, ovunque andasse. Non biasimava le persone per provare a fingere che lui fosse invisibile, o che non esistesse affatto. Talvolta, si guardava allo specchio, e fingeva di poter scomparire.

Poi, la donna mormorò di nuovo …

“Fa male.”

Oltre ai tagli, lui era certo che lei avesse un grande dolore alla testa, per la pesante dose di cloroformio artigianale. La prima volta che aveva mescolato gli ingredienti, infatti, era quasi svenuto, e, dopo, aveva patito un orribile mal di testa per giorni. Ma la preparazione aveva funzionato molto bene, perciò avrebbe continuato a farne uso.

Adesso era ben preparato per ciò che stava per fare. Indossava degli spessi guanti da lavoro ora, e una giacca ben imbottita. Non si sarebbe più ferito, mentre svolgeva la sua opera.

Passò a sbrogliare la massa di filo spinato, con un paio di tronchesine. Poi, ne strappò un pezzo, mettendolo stretto intorno al corpo della donna, e poi girò le estremità, facendone dei nodi improvvisati, per fissare il filo.

La donna emise un lamento acuto, e provò a liberarsi dal nastro adesivo, mentre il filo spinato le tranciava la pelle e i vestiti.

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